METAFORE STELLE&STRISCE

•maggio 21, 2010 • Lascia un commento

La città verrà distrutta all’alba di Breck Eisner

Il remake di Eisner placa l’apologia satirica del modello romeriano. Cambia il contesto e di conseguenza anche il clima emotivo. Non più grottesche convulsioni burocratiche, istituzioni regredite e in preda a disordini organizzativi, truppe speciali carnevalescheLa città verrà distrutta all’alba non prende in analisi la totalità della piramide sociale, preferendo concentrare lo sguardo sulla quarantena dei cittadini di Ogden Marsh. E’ il privato a opporre il proprio istinto di sopravvivenza contro l’incomprensibile apocalisse del sistema, a sfidare con indipendenza giurisdizionale (lo sceriffo David Dutton) l’imperialistica svolta autoritaria. Se Romero sconquassava il tessuto filmico con un montaggio baldanzoso e scoordinato, proiettando su di esso lo stato d’animo di un’epoca e di un fermento generazionale, di una ribellione tanto disperata quanto impregnata di anaffettività e disillusione, Eisner opta per un’atmosfera diversa, immergendosi nella Sci-Fi ed estetizzando con qualche deriva splatter (gli infetti non muoiono, ma si trasformano in zombies). Meno rivoluzionario, rimane coerente con i codici del genere, predilige la regia finalizzata alla suspense, a un senso dell’immagine immanente e in sospensione allucinatoria. Ad emergere è un’inquietudine molto marcata, decisamente più conflittuale rispetto al film precedente, dove fin da subito veniva diagnosticata un’impotenza generale, una ludica e farsesca irrimediabilità pessimistica. Tutto era già segnato, le falle e l’incompetenza del sistema, la sua crisi patologica, non promettevano altro che un vicolo cieco. Qui la situazione si mantiene viva, David e Judy si oppongono con veemenza all’invasione (aliena) dei marines, cercano di scardinare il confinamento in cui sono intrappolati, fuggono carpenterianamente dalla città senza rimanere intrappolati romerianamente come i loro antecedenti (il nascondiglio di mattoni per proteggere Judy). La politica del terrore in tutte le sue evidenti allusioni contemporanee è combattuta e vinta. Non serve la soluzione finale dall’alto per porre fine (metaforicamente) al mondo, perché in questo caso ci pensa la ribellione dell’individuo. E’ lo Stato a programmare i propri terroristi.

Prince of Persia di Mike Newell

Non ci vuole tanto a confinare il prodotto di questa analisi all’interno di un’etichetta ben definita (e conosciuta). Dal genoma tipicamente commerciale, Prince of Persia si porta dietro tutte le caratteristiche del marchio Bruckheimer, a partire dalla bulimica necessità dell’effetto speciale come matrice prima dell’intrattenimento. Proseguire nell’elenco avrebbe il sapore del déjà-vu, poiché di campi-lunghi in balia del digitale, di dominio ipercinetico del montaggio, di personaggi resi inconsistenti grazie all’ennesimo e usuratoscript (la faciloneria dei colpi di scena e degli snodi narrativi, quasi fossero realizzati con lo stampo, reprime il significato stesso di Regia), di sterzate nei registri (epica spompata, dramma convinto, humour caratteristico e leggerenza teen), ne abbiamo visti a iosa. Questo non vuol far troneggiare la tipica linea di giudizio pretenziosa, ci mancherebbe. Opere del genere devono necessariamente essere affrontate con una paziente e decisa onestà (commerciale?), bisogna accentarne la natura e riconoscerne, quanto basta, il godibile senso affabulatorio.

Ma al di là del marchio di fabbrica, questa trasposizione della storica piattaforma ideata da Jordan Mechner (1989), che ne firma soggetto e sceneggiatura, trascende con rispettosa spudoratezza il contesto fantasy per prestarsi a letture molto contemporanee. Il bersaglio della morale è costruito infatti intorno alla recente politica statunitense in Medio Oriente, focalizzando le allusioni sul bluff delle armi di distruzione di massa. La città sacra e inviolabile di Alamut, assediata perché accusata di produrre armi in maniera clandestina, non può non richiamare il fantascientifico casus belli per la Seconda Guerra del Golfo (2003). Torna tutto, la metafora si costruisce con facilità (come non vedere nell’universo dello sceicco Amar il distorcente filtro mediatico U.S.A sul terrorismo?), rivive con coscienza una verità politica, le permette di emergere e con quel pizzico di utopia che solo l’arte può rivendicare, tenta di riavvolgere il tempo, nella fin troppo rassicurante possibilità che la Storia possa essere riscritta. Ribadito con estenuazione, il tradimento è opera dei propri consanguinei, di quella parte di potere (Nizam) che devia per interesse personale i saldi principi dei fratelli-guerrieri (e Dastan si traveste da marine).

Brevemente. Con il sapore divertito dell’omaggio meta, Mechner imposta la struttura narrativa circolarmente (simile ad un restart), richiamando una particolare caratteristica della prima versione del videogame. In Prince of Persia l’avventura era costruita in  tempo reale, obbligando il giocatore a completarla entro un limite prestabilito, pena, il dover ricominciare tutto d’accapo. La stessa funzionalità del Pugnale del Tempo che permette di tornare indietro e di riaffrontare un ostacolo ha tutte le modalità di un save game.

Recensioni pubblicate su www.spietati.it